Il fronte anti-Lega non porta da nessuna parte


È sbagliata e strumentale l’idea di un fronte repubblicano anti Lega, tanto più se l’intento è quello di ricostituire una unità perduta del riformismo. Come dice Nadia Urbinati e come ha ribadito Massimo Cacciari, si tratta di una astrazione studiata a tavolino per coprire un vuoto di progettualità di quella che fu la sinistra italiana, oggi in disperata ricerca di identità.
Pensare di raccogliere consenso coagulando forze eterogenee contro un nemico comune ricorda l’antiberlusconismo di qualche anno fa, che alla fine riuscì solo a rafforzare Berlusconi e il suo partito, come ora si sta rafforzando la Lega.

Se poi, come sembrerebbe prefigurarsi a Parma, dietro la parola d’ordine del fronte comune tendono a manifestarsi pratiche di spartizione di posti, con scarsa o nulla trasparenza nei processi decisionali, questa idea è destinata a non avere alcun futuro.

Così non si va da nessuna parte. Anzi, si ritorna ai metodi della prima Repubblica, con tutto quel bagaglio negativo di cui non abbiamo alcuna nostalgia. Non è certo questo il rinnovamento, né è questa la trasparenza che chiedono le persone, ormai disaffezionate alla politica. Occorre chiarezza anche per chi è in minoranza, che non può tradire il mandato dei suoi elettori.

Su “Italia in Comune” è presto per esprimere un giudizio definitivo. Ma se dobbiamo basarci su quanto visto nell’ultimo periodo, sono molte le perplessità relative alla chiarezza del messaggio. Ad oggi a questo movimento ha accettato nelle elezioni del 2017, senza battere ciglio, gli appoggi pubblici di Giorgia Meloni e Matteo Salvini; alle elezioni del 2018 ha aderito al partito europeista di Emma Bonino, e quindi ha votato il candidato del Pd all’uninominale, per poi collegarsi all’euroscettico Yanis Varoufakis; continua a esprimere giudizi pesantissimi sul Pd, ma con il Pd tesse a Parma reti di potere e sottogoverno; si esprime formalmente con il linguaggio e i messaggi della sinistra, ma nella amministrazione corrente attua una politica sistematicamente neoliberista e strizza l’occhio al privato. È tutto e il contrario di tutto, una forma post-politica disinvolta che sembra inseguire il potere e il consenso dove essi si trovano. Aspettiamo il nuovo partito al varco delle scelte vere, ovvero nei prossimi appuntamenti elettorali.

Questa modalità di fare politica ricorda molto il Di Maio degli ultimi mesi, che sbanda da una posizione al suo opposto: tra le sue contraddizioni e il contestuale disorientamento del Pd, è comprensibilissima la crescita della Lega, che ha idee discutibili e potenzialmente pericolose, ma le esprime con chiarezza e con una apparente disarmante coerenza.

Il dramma è che oggi manca nel paese una opposizione e l’Italia non può farne a meno.
Invece di gridare al lupo e cercare nel nemico comune il paravento per mascherare le proprie debolezze, è tempo di costruire un progetto che sappia guardare lontano.

Il Pd non è affatto morto, aspettiamo tutti che ritrovi un disegno strategico, ma non gli sarà possibile praticando metodi vecchi o tradendo il mandato dei suoi elettori che potrà riuscirci. Neppure a Parma. Ma fuori dal Pd deve nascere una novità politica credibile (e sottolineo credibile) che riconsegni speranze a un paese disilluso.

Paolo Scarpa